mercoledì 17 luglio 2024

Perturbamento

Perturbamento-Bernhard Thomas

Un medico è solito compiere lunghi viaggi in piccoli paesi e villaggi per visitare i suoi pazienti. Intraprende uno di questi viaggi col figlio, voce narrante del libro, nel tentativo di recuperare una situazione famigliare difficile. Il viaggio del medico col figlio, svela ciò che non vogliamo vedere: la malattia, la sofferenza, la vicinanza della morte. Sono le sensazioni e le paure che vogliamo accantonare, che stanno nascoste dietro l'angolo, in attesa che svoltiamo. Si prova una sensazione di schiacciamento, di ineluttabilità delle cose, una specie di presa di coscienza del dolore, come se il mondo, nonostante la sua apparenza, sia un luogo marcio, pieno di sofferenza. Un po' come le inquadrature di Lynch, che ci mostra un bel prato verde, fiorito, ma quando stringe l'inquadratura e la telecamera scende fin sotto il manto erboso, vediamo un pezzo di corpo umano, in putrefazione. Sotto il velo dell'apparenza ci sono il dolore, la violenza, la malattia, il putridume, la fine. L'uomo fugge da queste esperienze, ma ne è in qualche modo attratto, quasi che il contatto con la sofferenza ci regali la capacità di vivere emozioni più vere, ci faccia assaporare la vita con maggiore intensità. La visita al castello del principe sarà l'apice del "perturbamento". Egli cerca di domare il caos che regna nel suo cervello, senza successo. Cerca un significato alle cose che accadono, all'accadere della vita stessa. Disserta su natura e letteratura, arte e filosofia, di fatto incapace di sfuggire al suo immenso castello, fatto di mura reali ma anche psicologiche. Il pensare a fondo alla triste e inaccettabile condizione umana lo rende pazzo. Bernhard ci ammonisce: pensare a fondo, intensamente, cercare risposte, non può che condurci alla pazzia.
Così come accade nella vita del medico, anche nel lungo monologo del principe, si percepisce la centralità del rapporto padre-figlio e l'angoscia di fronte alla scoperta che i figli non sono un proseguimento dei padri: sono persone diverse, che abitano una realtà diversa, disconnessi dalla nostra visione del mondo e disposti a distruggere tutto ciò che i padri hanno creato nella loro illusione di poter tramandare la loro esperienza su questa terra. Tutto è destinato alla fine: la tenuta e il castello, dal passato glorioso, saranno smembrati, venduti e abbandonati. Non c'è futuro per nulla, né per le cose, né per gli uomini. E pare che la morte sia l'unica condizione capace di rendere le persone capite e amate.
Un libro molto bello, con una scrittura ipnotica, che meriterebbe una rilettura. 

"Quello che c'è di essenziale in una persona viene alla luce soltanto quando dobbiamo considerarla perduta per noi, nel momento in cui, ormai, questa persona può soltanto dirci addio. Ad un tratto, in tutto ciò che che in esse è ormai soltanto preparazione alla morte definitiva, questa persona può essere riconosciuta nella sua verità."

"È la povertà che fa gli uomini uguali, tutto, anche la più grande ricchezza diventa povertà in mano agli uomini. Negli uomini la povertà nel corpo come quella nello spirito è sempre, al tempo stesso, una povertà corporea e spirituale, il che, necessariamente, li rende ammalati e pazzi."

"In effetti il mondo è un palcoscenico sperimentale si cui si prova in continuazione. Dovunque guardiamo, vi è un continuo imparare a parlare, a camminare, a pensare, a recitare a memoria, a ingannare, a morire, a essere morti, tutto il nostro tempo se ne va in questo."

"...la vita è una scuola, nella quale si insegna la morte."

"Ci possiamo divertire come ci pare, ma quello che ci interessa è sempre e soltanto la morte."




lunedì 1 luglio 2024

Dancing after hours

Ballando a notte fonda - Andre Dubus

Il mio primo contatto con Dubus è questa raccolta di racconti. Storie di persone alla ricerca di riscatto dall'amore perduto. Oppure alla ricerca di vendetta, di consolazione, di qualcosa in grado di colmare il vuoto lasciato da una storia che finisce. Storie ambientate nella provincia americana, ordinarie disperazioni che si consumano tra le pieghe della quotidianità. Uomini condannati a soccombere ai propri istinti, donne alle prese con ruoli imposti e voglia di riscatto. Tutti in cerca dell'amore, del matrimonio perfetto, salvo poi accorgersi che non è quello che vogliono. Quello che cerchiamo è ciò che non possediamo, in un continuo stimolo verso la ricerca di qualcosa di diverso, qualcosa che distolga i nostri pensieri dal monotono tamburellare della quotidianità. Racconti ben scritti, a volte brevissimi, molto intimi, coinvolgenti. Edizione Mattioli 1885 molto bella, anche al tatto e alla vista.

venerdì 28 giugno 2024

Lacrime e santi

Lacrime e santi - E.M. Cioran

Il nichilismo di Cioran fa tappa nella cerchia dei santi. Dissertazioni su dio e presunte santità. Solo chi soffre e versa lacrime è in odore di santità. Dio è nulla, eppure necessario. Cioran è il re della negazione di ogni concetto. Chiedetegli se dio esiste e vi dirà di no, ditegli che non esiste e vi dirà che vi sbagliate. C'è del vero in ogni cosa e nel contrario di ogni cosa.
Frasi veloci e taglienti. Chi ha già letto Cioran sa: lapidario.

"Non la conoscenza ci avvicina ai santi, bensì il destarsi delle lacrime che dormono nel più profondo di noi. Soltanto allora, grazie alle lacrime, approdiamo alla conoscenza e comprendiamo come si possa diventare santo dopo essere stato uomo."

"I vagabondi, che si rifiutano di morire nel loro letto, si potrebbe dire che non muoiano affatto. Si muore soltanto distesi, in quella lunga preparazione con la quale chi vive sconta, goccia a goccia, la propria morte. Quando non c’è niente che ci leghi a un posto, che rimpianti si possono avere negli ultimi istanti? I vagabondi avrebbero dunque scelto la propria sorte per evitare nell’agonia la tortura dei rimpianti? Raminghi in vita, restano dei vagabondi in morte."

"Il mondo moderno ha ceduto alla seduzione delle cose finite."

"Signore, sei tu nient’altro che un errore del cuore, come il mondo è un errore della mente?"

"Si crede in Dio soltanto per evitare il monologo tormentoso della solitudine. A chi altri rivolgersi? Si direbbe che Egli accetti volentieri il dialogo e non ci serbi rancore per averlo scelto come pretesto teatrale dei nostri scoramenti."

"Più la memoria è fresca e in buona salute, meglio aderisce alle apparenze, all’immediato. La sua archeologia ci svela documenti su un altro mondo a discapito di questo."

"Tra il niente e Dio c’è meno di un passo, perché Dio è l’espressione positiva del niente."

"L’idea di Dio è la più pratica e la più pericolosa che mai sia stata concepita. Grazie ad essa l’umanità si salva o si perde."

"Vi siete mai guardati allo specchio quando tra voi e la morte non si frappone più niente? Avete interrogato i vostri occhi? Avete capito, in quel momento, che non potevate morire? Le pupille dilatate dal terrore vinto sono più impassibili delle piramidi. Una certezza nasce dalla loro immobilità, una certezza strana e tonificante nel suo lapidario mistero : tu non puoi morire. È il silenzio degli occhi, è il nostro sguardo che incontra se stesso, calma egizia del sogno davanti al terrore della morte. Quando questo terrore vi coglie, guardatevi nello specchio, interrogate i vostri occhi, e capirete perché non potete morire, perché non morirete mai. I nostri occhi sanno tutto. Imbevuti del nulla ci assicurano che niente ci può più accadere."

"Che cosa è Dio, se non un momento sul limitare della nostra distruzione? E che cosa importa se esiste o no, se per suo mezzo la nostra lucidità e la nostra follia si bilanciano e noi ci plachiamo avvinghiandoci a lui con passione assassina?"

"Quando siamo per strada, il mondo sembra più o meno esistere. Ma se guardiamo dalla finestra, tutto diventa irreale. Com’è possibile che la trasparenza di un vetro basti a separarci fino a questo punto dalla vita? In realtà, una finestra ci allontana dal mondo più del muro di una prigione. A forza di guardare la vita, si finisce per dimenticarla."

"Qualunque sia il livello della vostra cultura, se non riflettete intensamente alla morte siete un individuo dappoco. Un grande scienziato - che non sia nient’altro - è di molto inferiore a un ignorante che sia assillato dalle questioni supreme."

"L’imbarazzo che proviamo davanti agli infelici è l’espressione della nostra certezza che la sofferenza costituisce il segno distintivo di un essere, la sua originalità. Non si diventa, infatti, uomo grazie alla scienza, all’arte o alla religione, ma grazie al rifiuto lucido della felicità, alla nostra fondamentale incapacità di essere felici."


sabato 1 giugno 2024

Il nostro grande niente

Il nostro grande niente - Emanuele Aldrovandi

Ho acquistato questo libro a un festival letterario, dopo aver ascoltato la presentazione di Aldrovandi. Una bella intervista, nella quale il drammaturgo e scrittore, molto bravo con le parole, è riuscito a farmi venire una gran voglia di leggere il suo libro. Si parla di morte, argomento principe, nonché motore della nostra esistenza... potevo non leggerlo? 
Non si può dire molto sulla trama e la costruzione del libro, per non rovinare le sorprese a chi non lo ha letto. Posso dire quello che mi è rimasto dopo la lettura di questo romanzo: un senso di impotenza di fronte alla perdita dei ricordi e della vita. Mi resta (vedi D.F.Wallace) la certezza che presto moriremo, e morirà tutto quello che aveva a che fare con noi, moriranno le persone che conoscevamo, si sfalderanno gli oggetti che abbiamo toccato, diverrà polvere la nostra lapide, moriranno tutti quelli che in qualche modo si ricordavano di noi dopo la nostra morte, poi moriranno i loro figli, i nostri, e i figli dei nostri figli. E di noi non resterà nulla, sarà come se non fossimo mai esistiti. Le persone si dimenticano, gli amori si dimenticano. Tutto questo è di una tristezza infinita, eppure lo trovo in qualche modo consolatorio. Si va avanti finché si può, cercando qualche appiglio, cercando di capire. Poi il nulla.

"Non è durato il tempio di Zeus e non dureranno neppure le piramidi, il Colosseo, la Tour Eiffel, il ponte di Brooklyn. Faranno la stessa fine le tragedie greche, i quadri di Picasso, le canzoni di Bob Dylan, i romanzi di Dostoevskij e i film di Kubrick. Ma non solo, anche i canestri di Michael Jordan, i dribbling di Maradona, i racconti bellici di Giulio Cesare, i discorsi di Martin Luther King, le proteste pacifiche di Gandhi, la scoperta della penicillina, la filosofia, la scienza, la pornografia, il primo fuoco, la prima ruota, il primo treno, il primo viaggio sulla Luna, tutte le imprese che l’umanità ha fatto e tutte quelle che potrà fare, sia le piú grandi che le piú piccole. Prima o poi ognuna di queste cose sparirà. Sciolta dal tempo. Senza lasciare traccia. Anche l’amore fra Dante e Beatrice. Anche il nostro, indipendentemente da qualsiasi cosa io possa scrivere."

"...viviamo in una società profondamente ingiusta in cui certe persone, come noi, hanno avuto il culo di essere al riparo da minacce impellenti tipo la malaria o le missioni di pace americane. Questo ci dà il tempo di pensare alla nostra vita e di darle un grande valore, per cui è normale che poi l’idea di perderla ci sembri la fine del mondo. Ma nonostante questo, succede lo stesso. C’è poco da fare."

"Nel mio cervello non ci sono frasi di senso compiuto tipo: «Sono contento», «Non sono contento», «Sto bene», «Sto male», «Sono sincero», «Sto facendo finta», ma solo sinapsi che si uniscono e ghiandole che rilasciano sostanze. L’unico modo per sapere veramente cosa succedeva sarebbe stato aprirmi la testa in due e poi avere strumenti abbastanza precisi da poter dissezionare ogni piccolo movimento. Però anche a quel punto, per parlarti di ciò che avevo dissezionato, avrei dovuto usare delle parole che comunque sarebbero state metaforiche, incomplete, arbitrarie e allusive."

"Ci raccontiamo tante cose, ma in fin dei conti non siamo altro che post-scimmie. Mangiamo, godiamo e ci battiamo i pugni sul petto. Tutto il resto è maquillage sociale."

"Le nostre tappe evolutive si sono fondate su questo, sul rifiuto del nostro destino naturale, cioè la morte. [...] Lottare contro la natura è una caratteristica «naturale» della nostra specie. Forse la principale."



domenica 19 maggio 2024

Pauli e Jung

Ogni cosa è collegata - Gabriella Greison

Un libro davvero interessante, una storia che non conoscevo. Non è un libro per addetti ai lavori, può essere letto da chiunque, e indaga il lato personale dei protagonisti. E i protagonisti solo due tra i più famosi scienziati e studiosi del secolo scorso: il fisico Pauli, uno dei padri della fisica quantistica, e Jung, celeberrimo psichiatra e psicoterapeuta. I due sono stati in contatto per anni e mentre Jung psicanalizzava Pauli, lui cercava di spiegargli le sue scoperte nell'ambito della fisica teorica. Nella lettura un po' di impegno è richiesto, si parla pur sempre di fisica e capire, anche se in modo superficiale, i concetti che sono esposti aiuta a godere a pieno il libro, però, come dicevo, la Greison si è concentrata sui personaggi, il loro genio e le loro stranezze. Tutto ciò genera ammirazione ma al contempo ci fa capire che questi uomini sono come tutti noi, con le loro domande e le loro debolezze. Più di ogni altra cosa di questo libro mi resta la sensazione di unione e comunione tra le varie discipline della scienza e della psicologia. In fondo tutti si chiedono le stesse cose, tutti cercano di dare un senso alla vita e alla nostra esperienza del mondo, della realtà. C'è chi cerca una spiegazione nella mente umana e nelle sue potenzialità, nei sogni e nei significati che volgiamo attribuirvi, e c'è chi la cerca nella materia e nel mondo dell'infinitamente piccolo, nei mattoncini che compongono ogni cosa e nelle leggi che governano il comportamento di questi mattoncini. La fisica quantistica ha un fascino incredibile e le sue leggi, in gran parte dimostrate, generano paradossi di difficile comprensione per noi comuni mortali. Leggere queste cose ci lascia una sensazione di indeterminatezza e di impossibilità di fissare una logica uguale per tutto e per tutti. Il mondo può essere ogni cosa fino a che non lo osserviamo. E osservandolo alteriamo il suo stato, trasformiamo onde in particelle, decidiamo se una cosa è bianca o nera, se è viva o morta... 
La Greison è brava, il libro non stanca, si legge con piacere e ci regala tanti spunti per pensare a cose importanti, alle sole cose importanti. La fisica teorica è la filosofia del nostro tempo. Buttatevi in questi libri, ne vale la pena. Due cose tatuate addosso dopo la lettura: 137 e luce.

"Se non mi osserva nessuno, devo osservarmi da solo, altrimenti sono solo una tavolozza di esistenze… Insomma qualcuno deve continuamente osservare o pensare al mondo che ci circonda, o ascoltare qualcuno che pensa e osserva il mondo che ci circonda. Ci deve sempre essere una sentinella: per questo non dormo, e parlo con tutti nei pub, con gli avventori, con i barman, con le prostitute, così io non scompaio, neanche la notte." (Pauli)

"Ma io voglio essere tutt’e due le cose: vivo e morto allo stesso tempo. È qui che voglio vivere io, sul crinale. Lungo la linea sottile che divide la fisica classica dalla fisica quantistica. È solo su questo crinale che posso essere libero, e potrò capire il vero senso della vita." (Pauli)

"La realtà non è indipendente dall'osservazione. L'osservatore non è un elemento distaccato del sistema. La fisica quantistica ci insegna altro. Ci dice che non si può pensare che il mondo intorno a noi esista a prescindere da noi: l'osservatore cosciente, o una psiche che lo osserva, cambia la realtà. Quindi il concetto di mondo come oggettivamente esistente è incorretto. Ma io posso diventare l'oggetto osservato. E allora cambia tutto."

"La cosa terribile non è la morte, ma lo spreco di tempo senza pensare che la gente comune decide di trascorrere fino alla morte."



venerdì 26 aprile 2024

Camminare

Camminare - Thomas Bernhard

Si dice che camminare e pensare siano azioni collegate. Questo libro porta questo concetto al limite. Per me è il primo approccio con Bernhard. Mi avevano detto che era uno scrittore particolare, cerebrale, e sapevo di similitudini con Ion Fosse, che ho letto di recente. Tutto vero. Leggere Bernhard è come tuffarsi in un torrente senza salvagente. La corrente ti trascina ed è necessario tenersi a galla. Il libro è uno scambio di opinioni, in realtà unilaterale, tra due "camminatori", un unico racconto senza sosta, dall'inizio alla fine. Niente pause, niente capitoli, solo corrente, corrente di pensiero. E quando si pensa a fondo, ci dice Bernhard, bisogna fermarsi in tempo, non sperare in limite, peraltro invisibile, pena la pazzia.

"La natura non ha bisogno del pensiero, dice Oehler, è solo la presunzione umana a voler proiettare ininterrottamente nella natura il proprio pensiero."

"Quando abbiamo a che fare con le persone, abbiamo a che fare solo con cosiddette persone, come quando abbiamo a che fare con fatti, abbiamo a che fare solo con cosiddetti fatti, così come anche l'intera materia, poiché da altro non deriva se non dalla mente umana, è solo una cosiddetta materia, poiché, come sappiamo, tutto deriva dalla mente umana e da nient'altro, se comprendiamo il concetto di sapere e lo accettiamo come concetto da noi compreso. A questo pensiamo di continuo e se questo fondamento e su nient'altro ininterrottamente fondiamo tutto."

"Nulla è più istruttivo di vedere camminare uno che pensa, così come nulla è più istruttivo di veder pensare uno che cammina, per cui possiamo dire senz'altro che vediamo come pensa colui che cammina, così come possiamo dire che vediamo come cammina colui che pensa, perché vediamo camminare colui che pensa e viceversa vediamo pensare colui che cammina e cosi via. Camminare e pensare sono in rapporto costante di reciproca intimità. La scienza del camminare e la scienza del pensare sono in fondo un'unica scienza."

"Quando ci osserviamo, in fondo non osserviamo mai noi stessi, bensì sempre un altro "

"Noi stessi non ci vediamo, non ci è mai data la possibilità di vedere noi stessi. Ma non possiamo neppure spiegare a un altro come è lui, perché possiamo spiegargli soltanto come noi lo vediamo, il che probabilmente corrisponde a quello che è, ma che noi non possiamo spiegare dicendo: lui è così."

"Le circostanze sono tutto, noi non siamo nulla."



domenica 21 aprile 2024

Gli Iperborei

Gli Iperborei - Pietro Castellitto

Le disavventure di un gruppo di giovani ricchi, figli di imprenditori e politici della Roma bene, tra viaggi, feste e abusi. Tanti soldi in tasca e una vita leggera, quasi a sorvolare il mondo e le sue costrizioni, questi ragazzi sono votati più all'ostentazione del lusso che non a un fine. Tra auto sportive, barche, coca e calici di champagne si consumano le esistenze di questi giovani adulti, che con il loro cinico distacco riescono a vedere tutto con il potere che solo la noia può donare. All'inizio del romanzo Castellitto ci chiarisce chi erano gli Iperborei, con una citazione di Plinio il Vecchio:
"Qui trascorrono lunga vita quelli che furono chiamati Iperborei, popolo felice, celebrato per favolosi miracoli. Essi hanno per casa boschi e foreste, la discordia e ogni malattia sono loro sconosciute. Stanchi della vita, gli Iperborei si uccidono gettandosi in mare da una rupe: lietissimo è questo genere di sepoltura."
E' chiaro il riferimento ai personaggi del libro, pervasi dalla noia, annebbiati dal potere e stanchi della vita. Alla fine solo la morte e il lutto che ne deriva sembrano dare un senso alla loro esistenza.

domenica 7 aprile 2024

Settologia III-V

Io è un altro - Ion Fosse

Continua il viaggio nei pensieri che affollano la mente di Asle, il pittore. Asle incontra se stesso e incontra persone che hanno lo stesso nome, persone che si somigliano eppure sono diverse, in un continuo alternarsi di "ego" e "alter ego". Tutta la vita è memoria e forse siamo noi a decidere cosa ricordare, a costruire la nostra presenza attuale. Siamo in continuo mutamento, un esercito di "me stesso". Vale naturalmente quello che ho già scritto nel commento delle prime due parti della Settologia di Fosse, che si può leggere qui: https://brambo70.blogspot.com/2024/02/settologia-i-ii.html.

"Lungo è il tempo necessario, ma alla fine il vero emergerà."

"...quando parliamo, dobbiamo ricorrere alle parole, per quanto esse siano in grado di esprimere così poco, quasi niente, e in un certo senso tanto più dicono tanto meno lo fanno."



mercoledì 6 marzo 2024

Una squadra

Una squadra - Domenico Procacci

Un libro nostalgico, sul tennis che fu e sullo spirito di squadra. Lo spirito di squadra non è una cosa scontata per uno sport individuale e solitario come il tennis. Se avete un po' di anni è un libro per ricordare i tempi in cui il tennis era sì preparazione atletica e agonismo, ma era anche avventura e goliardia. Come in tutti gli sport con attrezzo, i mezzi erano più limitati e il fattore “umano” era una variabile pesante, anche se, a onore del vero, il tennis mantiene anche oggi questa caratteristica. Per i più giovani è un libro che da modo di scoprire come veniva vissuto il tennis in quegli anni, gli anni in cui l'Italia vinceva la prima coppa Davis.

venerdì 1 marzo 2024

Al culmine della disperazione - E.M. Cioran

Scrive Cioran a proposito dell'insonnia: (...)durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine. Ecco in quale condizione di spirito ho concepito questo libro, che è stato per me una specie di liberazione, di esplosione salutare. Se non lo avessi scritto, certamente avrei messo fine alle mie notti.

E' toccante pensare che un ragazzo di poco più di vent'anni possa scrivere un testo come questo. Non è difficile credere che la capacità di mettere sulla carta i suoi pensieri abbia salvato la vita a Cioran. Qui si arriva al fondo, ci si rende conto dell'inutilità di ogni cosa e si comprende che il detto "una volta toccato il fondo puoi solo risalire" è solo un detto. La realtà è che si può toccare il fondo, il "culmine della disperazione", e lì rimanere, per sempre. Non è una letture semplice, né veloce, nonostante la brevità. I pensieri di Cioran vi negheranno ogni speranza, ma è bello affondare insieme a lui, consapevoli che quella tristezza e quel senso di impotenza appartengono anche a noi tutti.

"Ignoro totalmente perché bisogna fare qualcosa su questa terra, perché bisogna avere amici e aspirazioni, speranze e sogni. Non sarebbe mille volte preferibile ritirarsi in disparte dal mondo, dove non giungesse neppure l’eco del suo frastuono e delle sue complicazioni? Rinunceremmo così alla cultura e alle ambizioni, perderemmo tutto senza ottenere niente. Ma che cosa si può ottenere in questo mondo?"

"Ciascuno resta con la sua sofferenza, che ritiene assoluta e sconfinata. Se anche pensassimo a quanto il mondo ha sofferto finora, alle agonie più terribili e alle torture più raffinate, alle morti più cruente e agli abbandoni più dolorosi, a tutti gli appestati, agli arsi vivi o alle vittime della fame, la nostra sofferenza ne risulterebbe alleviata? Nessuno potrebbe trovare consolazione, durante l’agonia, nel pensiero che tutti sono mortali; così come, soffrendo, non si potrebbe trovare conforto nella sofferenza - passata o presente - degli altri."

"Sono certo di non essere assolutamente nulla nell’universo, ma sento che la mia esistenza è la sola reale. E se fossi costretto a scegliere tra l’esistenza del mondo e la mia, eliminerei la prima, con tutte le sue luci e le sue leggi, per volarmene tutto solo nel nulla. Benché la vita per me sia un supplizio, non posso rinunciarvi, perché non credo nell’assoluto di valori in nome dei quali sacrificarmi. A essere sincero, dovrei dire che non so perché vivo, né perché non cesso di vivere. Con tutta probabilità, la chiave risiede nell’irrazionalità della vita, la quale fa sì che questa si mantenga senza ragione."

"Il lavoro, che dovrebbe essere nel suo senso più alto un processo di continua trasfigurazione, è diventato un mezzo di esteriorizzazione, che allontana l’uomo dal centro del suo essere. Non per niente il lavoro è giunto a designare un’attività esclusivamente esteriore. Così l’uomo non si realizza, ma realizza. Il fatto che ognuno debba avere un’occupazione e fare suo uno stile di vita che quasi mai gli si attaglia è l’espressione di questa tendenza ad abbrutirsi con il lavoro. Lavorare per vivere, ecco una fatalità che per l’uomo è più dolorosa che per l’animale. Perché se per quest’ultimo l’attività è così connaturata da non risultare separata dalla sua esistenza, l’uomo vede invece l’insieme delle forme di lavoro come un pesante aggravio. La frenesia del lavoro testimonia in lui un’inclinazione verso il male, nel caso in cui questo sia inevitabile. E nel lavoro l’uomo dimentica se stesso."

"La tragedia dell’uomo, animale separato dalla vita, sta nel fatto che non può più rimanere soddisfatto dei dati e dei valori di questa. Ogni essere può vivere perché per lui l'esistenza di cui fa parte ha un carattere assoluto. Ma per l’uomo la vita non è un assoluto. Per l’animale essa è tutto; per l’uomo è un punto interrogativo. Punto interrogativo definitivo, giacché egli non ha mai ricevuto né riceverà mai risposta alle sue domande. Non solo la vita non ha alcun senso, ma non può averne uno."

"Tutto è possibile e niente lo è; tutto è permesso e niente. Qualsiasi direzione s’imbocchi non sarà migliore di un’altra. Realizzare qualcosa o niente, credere o no, è lo stesso, come lo è tacere o gridare. Si può trovare una giustificazione a ogni cosa, come si può non trovarne alcuna. Tutto è nello stesso tempo irreale e reale, naturale e assurdo, straordinario e piatto. Nessuna cosa può essere anteposta a un’altra, come nessuna idea è migliore di un’altra. Perché rattristarsi della propria tristezza, e gioire della propria gioia? Che importa se le nostre lacrime sono di piacere o di dolore? Ama la tua infelicità e detesta la tua felicità, mescola tutto, confondi tutto. Rinuncia alle distinzioni, alle differenziazioni e ai piani. Sii come una piuma sospinta dal vento o un fiore portato dalle onde. Resisti quando non serve e sii vile quando bisogna resistere. Chissà se in questo modo non ci guadagni? E se così non fosse, che importa se ci perdi? C’è forse qualcosa da guadagnare o da perdere in questo mondo? Ogni guadagno è una perdita, come ogni perdita è un guadagno. C’è forse una ragione per aspettare un determinato atteggiamento, idee precise e parole appropriate? Sento che dovrei sputare fuoco a mo’ di risposta a tutte le domande che mi sono state o non mi sono state mai poste."