domenica 29 marzo 2026

Ago e filo

Vaim - Jon Fosse 

Finalmente un nuovo libro di Fosse e immediatamente ci si ritrova immersi nel suo multimondo, fatto di ricordi, aspettative, sogni, speranze, un luogo onirico nel quale la vita ti succede e tu non puoi fare altro che rielaborare e rivivere ciò che è stato. Tutto il nostro essere non è forse una continua mescolanza di ricordi? I tre protagonisti del libro (credo sarà poi una trilogia) si confondono e si sovrappongono, come è tipico nelle opere di Fosse, divenendo un'entità multipla ma allo stesso tempo unica. A unire i personaggi è Eline, il lato femminile della storia, donna forte, che guiderà i destini dei protagonisti fondendoli nell'esperienza della perdita e dell'abbandono, facendone un tutt'uno. C'è una sensazione di inquietudine, di celata violenza, di oscurità, di impotenza di fronte al destino. Lo stile è quello di Fosse, quello già sperimentato nella sua bellissima settologia: frasi lunghe pagine, esperienze che si ripetono e si sovrappongono dando vita a una realtà che è una commistione di ricordi e desideri. Un continuo loop di pensieri che riportano in vita personaggi ed esperienze vissute per ricostruire un presente modellato da ciò che portiamo in dote dal nostro passato e dal quale non possiamo liberarci. Navighiamo a vista, come i/il protagonista, su un piccolo peschereccio a motore, tra un porticciolo e un altro, in cerca di un senso al nostro passato o a una via per sfuggirgli. Quando leggi un libro di Fosse non sai mai se ciò che è narrato sta accadendo veramente ma, soprattutto, che differenza fa? Pensiamo, rimuginiamo, e questo è tutto.

martedì 17 marzo 2026

Rinascita e speranza

Il sentiero degli aghi di pino - Mauro Corona

Quando esce un libro nuovo di Mauro Corona lo leggo d'ufficio, è un'abitudine, un ritorno, una compagnia. Ho iniziato coi suoi racconti molti anni fa e ho continuato a seguirlo. E' come tornare ogni tanto a casa, perchè i suoi libri hanno un sapore preciso, riconoscibile, sono tutti ritagli di un'unica vita vissuta. Nostalgia, natura, tradizioni, sapore di terra, aria di montagna, solitudine, abbandoni... In questo suo ultimo lavoro c'è maggiore spazio per la speranza, la possibilità di rimediare agli errori e di riguadagnare il rispetto e il perdono. Sono sincero, ho preferito altri suoi libri a questo. Leggendo i suoi lavori ho sempre l'impressione che quello che ho tra le mani sia il suo ultimo libro, il suo lascito, il suo testamento. C'è sempre una sensazione di "fine", quella voce che ti dice: ecco, questo sono stato io, mi svelo e vi saluto. Ogni suo libro sembra l'addio al mondo, ma poi ne esce un altro, e un altro ancora. Mi mancano le storie come "il canto delle manere" o "storia di neve", ma nonostante tutto eccomi qua, che chiudo l'ultimo libro di Maurino e aspetto il prossimo...


venerdì 6 marzo 2026

Il potere delle parole

Con Parole Precise - Gianrico Carofiglio

Un saggio interessante, veloce e ricco di esempi, quasi un manuale. Si parla di parole e del loro uso improprio. Carofiglio richiama la nostra attenzione sull'uso corretto delle parole, soprattutto quanto si ha a che fare con la politica, l'informazione e la giustizia. Avete mai provato a leggere il testo di una legge o di una sentenza? Il sistematico e voluto uso scorretto delle parole è un'arma potente e rende inefficiente e deficitario il rapporto tra cittadini e istituzioni, falsificando la percezione della realtà. Il nostro vocabolario, il nostro modo di parlare e scrivere, sono anche il mezzo che usiamo per pensare. Un vocabolario più ricco e la capacità di comunicare con parole corrette ci permettono di elaborare pensieri più complessi e articolati. Gran parte della comunicazione alla quale siamo sottoposti è inquinata da un linguaggio deviante. Il sottotitolo di questo libro "manuale di autodifesa civile" è, direi, azzeccato.

"La base per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se si riesce a controllare il significato delle parole, è possibile controllare le persone che le devono usare. (Philip K. Dick)"


lunedì 2 marzo 2026

Satantango

Satantango - Laszlo Krasznahorkai

Denso, drammatico, dissacrante, onirico e non so cos'altro. I personaggi di questo libro sono caricature , comparse teatrali, uomini e donne immersi nel fango della campagna ungherese, anime senza un futuro che arrancano nella povertà più assoluta, con una sigaretta tra le labbra e una bottiglia sempre a portata di mano. Vivono nei ricordi, e ripongono le loro speranze in un ambiguo e istrionico figuro, una sorta di profeta, in bilico tra "salvatore" e "traditore". Sarà lui a smuovere le acque, a far uscire queto manipolo di ubriaconi dalla loro baracca nel bosco, un luogo dove un lurido oste riempie bicchieri di brodaglie alcooliche, dove passano le vite e i racconti degli avventori, dove ogni tanto, al suono di una fisarmonica, si scatena un ballo senza regole, il "tango di satana". E' un libro nel quale la disperazione e la leggerezza vanno a braccetto. Ci si trova completamente prigionieri di questo sperduto villaggio ungherese, letteralmente immersi nel fango e nella pioggia, un non-luogo che sopravvive a fianco di un non ben precisato "stabilimento" in rovina, dove tutto, non solo la fabbrica, è in rovina: le case, le baracche, le persone. Si ha la sensazione di vivere in un mondo post-apocalittico, i luoghi descritti mi hanno ricordato il bosco che circonda la centrale dismessa di Cernobyl. In tutto questo marciume e nonostante le vite senza speranza dei personaggi, c'è spazio per qualche risata e c'è addirittura una sensazione di invidia per queste anime perse che riescono a vivere con ironia e spensieratezza le peggiori umiliazioni, i lutti, la dannazione a cui sono condannate. La prosa è densa, a tratti impegnativa, poetica e allo stesso tempo irriverente, sarcastica. La storia lascia un gusto amaro, le speranze restano tali, non c'è salvezza da una fine triste, non c'è modo di sfuggire al controllo (siamo osservati, pilotati, controllati, soggiogati da altri uomini, dalla natura, da cose inspiegabili). Mentre il racconto procede prende corpo anche un lato onirico, si insinua in noi la sensazione che le vicende si allontanino dalla realtà, perdano consistenza. Il tutto inizia con la perdita di coscienza dei personaggi: una sera, stremati dalla fatica, si addormentano tra incubi e deliri. La prosa stessa perde senso, le parole si legano e diventano illeggibili. Nei capitoli finali si apre una nuova prospettiva, che non può essere discussa per non spoilerare il libro. Leggerò sicuramente altro di Krasznahorkai, il primo incontro mi ha convinto. Nel frattempo mi allenerò a pronunciare il suo nome.

"Dio è stato un errore. Perché ho capito che tra me e un insetto, tra un insetto e un fiume, tra un fiume e un urlo che lo scavalca, non c'è alcuna differenza. Tutto è vuoto, senza senso, funziona solo a causa della pressione di una fluttuazione caotica, senza tempo, ed è la nostra immaginazione, e non il perpetuo fallimento dei nostri sensi, a portarci verso la continua tentazione della fede, nella speranza che prima o poi riusciremo a evadere dai nostri miseri rifugi. Non c'è scampo zuccone."

"Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell'estate segnata dall'invasione di cavallette, e improvvisamente su un unico ramoscello d'acacia vide passare la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell'eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l'assurdo per necessità... e vide se stesso..."