Satantango - Laszlo Krasznahorkai
Denso, drammatico, dissacrante, onirico e non so cos'altro.
I personaggi di questo libro sono caricature , comparse teatrali, uomini e
donne immersi nel fango della campagna ungherese, anime senza un futuro che
arrancano nella povertà più assoluta, con una sigaretta tra le labbra e una
bottiglia sempre a portata di mano. Vivono nei ricordi, e ripongono le loro
speranze in un ambiguo e istrionico figuro, una sorta di profeta, in bilico tra
"salvatore" e "traditore". Sarà lui a smuovere le acque, a
far uscire queto manipolo di ubriaconi dalla loro baracca nel bosco, un luogo
dove un lurido oste riempie bicchieri di brodaglie alcooliche, dove passano le
vite e i racconti degli avventori, dove ogni tanto, al suono di una
fisarmonica, si scatena un ballo senza regole, il "tango di satana".
E' un libro nel quale la disperazione e la leggerezza vanno a braccetto. Ci si
trova completamente prigionieri di questo sperduto villaggio ungherese,
letteralmente immersi nel fango e nella pioggia, un non-luogo che sopravvive a
fianco di un non ben precisato "stabilimento" in rovina, dove tutto,
non solo la fabbrica, è in rovina: le case, le baracche, le persone. Si ha la
sensazione di vivere in un mondo post-apocalittico, i luoghi descritti mi hanno
ricordato il bosco che circonda la centrale dismessa di Cernobyl. In tutto
questo marciume e nonostante le vite senza speranza dei personaggi, c'è spazio
per qualche risata e c'è addirittura una sensazione di invidia per queste anime
perse che riescono a vivere con ironia e spensieratezza le peggiori
umiliazioni, i lutti, la dannazione a cui sono condannate. La prosa è densa, a
tratti impegnativa, poetica e allo stesso tempo irriverente, sarcastica. La
storia lascia un gusto amaro, le speranze restano tali, non c'è salvezza da una
fine triste, non c'è modo di sfuggire al controllo (siamo osservati, pilotati,
controllati, soggiogati da altri uomini, dalla natura, da cose inspiegabili).
Mentre il racconto procede prende corpo anche un lato onirico, si insinua in
noi la sensazione che le vicende si allontanino dalla realtà, perdano
consistenza. Il tutto inizia con la perdita di coscienza dei personaggi: una
sera, stremati dalla fatica, si addormentano tra incubi e deliri. La prosa
stessa perde senso, le parole si legano e diventano illeggibili. Nei capitoli
finali si apre una nuova prospettiva, che non può essere discussa per non
spoilerare il libro. Leggerò sicuramente altro di Krasznahorkai, il primo
incontro mi ha convinto. Nel frattempo mi allenerò a pronunciare il suo nome.
"Dio è stato un errore. Perché ho capito che tra me
e un insetto, tra un insetto e un fiume, tra un fiume e un urlo che lo
scavalca, non c'è alcuna differenza. Tutto è vuoto, senza senso, funziona solo
a causa della pressione di una fluttuazione caotica, senza tempo, ed è la
nostra immaginazione, e non il perpetuo fallimento dei nostri sensi, a portarci
verso la continua tentazione della fede, nella speranza che prima o poi
riusciremo a evadere dai nostri miseri rifugi. Non c'è scampo zuccone."
"Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell'estate segnata dall'invasione di cavallette, e improvvisamente su un unico ramoscello d'acacia vide passare la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell'eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l'assurdo per necessità... e vide se stesso..."